
Le poesie sono estratte da Paul Auster, Affrontare la musica ed Einaudi .
L'immagine è prelevata da internet.
Il fuoco dell'iperbole in prossimità del cielo
C'è un cono e mille vuoti di distanze
nel passo delle ore che percorro
sul plasma e il metaplasma: io trasformo
divergenze e convergenze eccentriche
in implosioni di coscienza.
Sopprimo e mi permuto per gli istanti
per gli attimi infiniti tra due lacerazioni.
Da un punto all'altro in linea retta
passando da un pensiero rotto a un altro intero
da un dire a un altro dire castigandomi.
Due punti fissi tra le ambiguità
si vanno a proiettare sulla carta
nell'asse cartesiano delle differenze
come se fosse colpa di Dio
questo scaturire di peccati al patibolo.
Vedo il naufragio dei destini
in queste pennellate macchiaiole
specializzate a infranger l'equazione
dando un valore assoluto anche all'eclisse
incisa sopra il tempo e sotto il tempo.
Nella costante ritmica tra due note
un tamburo martella i punti traboccando
da un cono d'ombra sezionato,
troncato e prelevato dall'aorta.
Troppo breve per esser visto ad occhio nudo.
Se ci fosse solo un nube da evitare
in questo calderone insaziabile di parole
direi che la ragione originaria
ha una forma di curva infinita
necessaria a se stessa e al proprio scopo.

Ingeborg Dreyer - Symphony in red
Senza steli, sconfitte dalla spina
in questo muro nudo di carta
nato senza mattoni dalla pietra.
Rose di niente nel nulla
nella passione silenziosa
che mi trapassa il cielo.
Esistenziale è l'attesa
la lente percettiva immaginata
sopra tre versi a margine.
Inchiodata dai silenzi
giacciono sui legni congiunti
due mani sanguinanti petrolio.
Di trasparenze manifeste
un urlo, una voce e un sussurro
furtivi consumano i malanni.
Scendo in un mare stanco
e appassisco nei tuoi sentieri
incosciente humus di sensazioni.
Sbiaditi dalle ombre della sera
nel giorno che si avanza aspro
due semafori spenti aspettano l'alba.
Rinuncia anche l'aria mite
il chiaro di luna metaforica
l'abisso sorpassato in acque fonde.
E affondo la parola
che inventa la strada pirata
investita da un vento consapevole.
nel ritmo della tua voce.


Come la settimana che finisce
un orologio sulla spiaggia
e due lancette rotte sulla schiena
la memoria è persistenza relativa
un ramo secco sopra l’acqua
e il mare che cammina sulla terra
roccia di superficie e sasso
una conchiglia per ascoltare il passo
che passa su questo spazio incompiuto
abbandonato sulla sabbia
fermo rimane appeso l’oggetto indefinito
strumento d’eccellenza razionale
come natura morta nella storia
Il dubbio e la speranza: incontro con la poesia di Raffaela Ruju
Ho incontrato Raffaela attraverso la sua poesia, prima di conoscerla personalmente. Mi sono disposta dunque a scoprire la chiave del suo linguaggio, il segreto rapporto che la scrittrice sembrava intrattenere con se stessa, prima e oltre la comunicazione, mentre cercava la radice profonda da cui nasceva la sua parola. Percorrendo i suoi testi, fra spazi vuoti e versi, fra versi che scivolavano via come acqua che scorre e asperità di frasi spezzate, ho cominciato a riconoscerne il ritmo e ad entrare quasi in sintonia con il suo respiro, espressione fisica della sua emozione.
La poesia di Raffaela Ruju (Raffaela Ruju, Interferenze, Franco Puzzo Editore, Trieste, 2002, pp.9-55, € 7.80) nasce da una sensibilità dilatata fatta di sguardo e di ascolto, sintesi di interni ed esterni, fisicità e interiorità.
Il suo ritmo rivela dell’autrice le molte "psicologie" e nello stesso tempo la sua prevalente attitudine contemplativa. Entriamo nel libro e già il primo testo, brevissimo, dà il senso dell’ espansione, invita a respirare a pieni polmoni. "Oziando/ tra antiche radici//Mi espando": tempo e profondità di legami (antiche radici), spazio e libertà di pensiero (mi espando), quiete. Ci troviamo subito in una dimensione grande, coi "sensi aperti", come è scritto nella poesia "Il salice". E inoltre: "Ho contemplato a lungo/plasmando parole/ il luogo dove stare": un luogo dello spirito ma anche, quasi metafora, un "luogo" della vita.
Raffaela è sarda di origine. Trasferita a Trieste. Ha perseguito gli studi umanistici, ma li ha abbandonati per dedicarsi ad una professione, quella di erborista, cui si dedica con passione, perché (possiamo credere) la fa "stare" più vicina alla natura. Ma la natura non le basta: la sua più profonda esigenza è quella di "plasmare parole" (e colori e immagini, visto che si dedica anche alla pittura). Ciò che "sta" fuori diventa, allora, "forma" interiore. Così, infine, lei può contemplarsi nei luoghi del suo spirito e del suo corp "E guardo i pensieri miei/ ridendo di questa luce/ che muore dentro il mare ("Malinconia").
E "guardo i pensieri": è una scrittura interiore che sembra compiersi prima ancora di prendere la forma scritta del testo, come l’autrice suggerisce in "Sussurri": "il tempo ascolta ciò che il cuore scrive".
Tra ascolto e sguardo, tra interiorità e fisicità, si declina il senso del tempo. Dilatato o fragile, è la forza dell’ "antica radice", è l’ essere che scorre immutabile (come nella metafora dell’ "acqua" nella poesia "L’ulivo"); è memoria che non può essere scalfita, come nella complice "ora che non è mai passata" e sovrasta l’alternanza delle presenze e delle assenze, traccia di vita non passeggera (in "Lascia che il vento"). Il tempo è anche labirinto in cui ci si perde e ci si ritrova perché "nella fine è il principio della ricerca" ("Appartenenze"). E incontriamo quindi il motivo del seme, della fecondità, della rinascita, affidati a immagini intense (Sei stato a lungo/ il mio canto fecondo, nella poesia"Il salice" e Rinasco dal buio sepolcro della terra/mi manifesto all’antico dai mille occhi nella poesia "L’ulivo") o a versi che cantano, come nella bellissima "Germogli": Nel centro della terra/ dorme il mio cuore/ che più non riconosco,/ tante son le radici/ cresciute intorno al rosso[…] Ora il mio frutto è un cuore/ che il vento porta con sé, dove ritroviamo le radici, il vento, il frutto, e il rosso, colore dominante: vita, carne, sangue.
Il percorso psicologico e intellettuale che si riflette nelle poesie di Raffaela Ruju è fatto anche di inquietudini tenaci e profonde. Raffaela si confessa "erede di una spiritualità traditrice", "con l’anima che avanza in un corpo ritratto" e avverte l’estrema tensione di uno "scrivere senza penna", di un "guardare senza occhi", "sentire senza orecchi" e "toccare senza mani": interiorizzazione che qualche volta estenua. "Si ritrae la mia espansione", è scritto nella poesia "Il cielo riflette", in contraddizione con l’iniziale slancio del libro (mi espando); e tuttavia la vita riprende e sfida: Ho giocato,/ rischiato con la morte del sentire,/ masticando l’amaro di genziana, // ma il dado è rimbalzato sul velluto.
Contrastata fra inquietudine e pace la personalità dell’autrice, oscillante fra leggerezza e sonorità il verso in una poesia che Ruju non teme qualche ermetismo. Il lettore farà bene a non cercare di risolverlo sul piano della logica o con la trasposizione realistica delle immagini suggerite, per comprenderlo invece nella chiave alogica delle associazioni di pensiero e di sensazioni che ampliano gli orizzonti di esplicitazione della realtà. Un esempio del procedere seguendo semplicemente il flusso interno dei pensieri e delle sensazioni è la poesia senza titolo che si legge a p. 30 del libro (di cui si deve notare la particolare organizzazione degli spazi fra verso e verso, che qui non può essere riprodotta): Riaffiora una musica dentro/ un organo interno ora suona/ una linea/ un punto[…]Il punto è fermo/ …silenzio…/ il punto/ è il mio tempo fermo/ lo spazio è breve// mentre il tempo diventa una linea/ il punto esce dal presente…Sabbia…/granelli di punti…/ miliardi/ di punti fermi…smossi dai miei piedi/……….
Proprio dove massimo sembra il livello di astrazione (linea, punto) si fa sentire anche la concretezza: quel camminar sulla sabbia godendone lo stimolo fisico e mentale.
In fondo la poesia è anche quest un andar per strade a cogliere i frammenti della vita che ci incanta: un pieno di stelle/ sul sentiero della via lattea;/ un sogno morto in una stagione./ In via delle conce,/ odore di patate fritte/ e mari in tormento, […] tra vite e vino/ l’odor del mosto/ ondula il tuo vento.// Vento di Grazia ("Via delle conce" dedicata alla Sardegna).
Infine conosciamo Camilla. Sapevamo già che il libro le era dedicato. La poesia che troviamo quasi alla fine della raccolta ci rivela la sua identità. E conosciamo così davvero anche Raffaela: "Il senso del mio futuro/ lo vedo in te,/ nei tuoi occhi sinceri,/ profondi,/ nel tuo sorriso ingenuo,/ nello stupore gioioso/ dell’ultima scoperta./ Un giorno capirai tua madre/ per aver scelto te,/ scegliendo se stessa./ Capirai/ quanto mi sono aggirata/ tra dubbi e incertezze […] L’estate guarda/ il femmineo tormento/ di una madre/ incapace di annullarsi per te.// Adesso conosco il privilegio della quiete.
Madre e figlia in un solo sguardo; ma soprattutto madre e figlia dentro un’ unica scelta, che è scelta di vita e si fa cammino di comprensione (un giorno capirai), concedendo la quiete dopo il tormento nei solitari giorni assolati.
Potremmo a questo punto riprendere la lettura dall’inizio del libro, riconoscere nel dubbio la molla profonda di un pensiero che si fa poesia radicandosi nella concretezza delle esperienze della vita. "Il dubbio", scrive Raffaela "si assopisce per risvegliarsi sempre nella stessa stazione", "appartiene al silenzio di una panchina vuota". Metafora o realtà della memoria che siano, quella stazione e quella panchina vuota sono vita che ora ci pare di conoscere dal di dentro. Quando ho incontrato Raffaela, dopo avere letto il suo libro, in occasione di una sua prima presentazione al pubblico, è stato davvero facile abbracciarci. I suoi occhi di donna sarda splendevano paghi di quel nostro incorno nell’anima attraverso la poesia.
"Interferenze" è il titolo del libro. La poesia da cui è tratto si trova quasi al centro della raccolta. Leggiam Pensieri/ come quadri appesi,/ finestre inesistenti/ in alte torri silenziose[…]Il mio deserto riflette/ la mia tristezza/ bella e seducente[…]Dietro il velo di me stessa,/ in notti buie e oscure/ gli occhi sognano lontananze. Sono i diversi piani di un mondo interiore complesso le interferenze fra oscurità di notti, chiusura di alte torri come prigioni e pensieri che aprono scenari, occhi che sognan le interferenze e gli intrecci che annunciano il destino di una tristezza che infine seduce, bella come la vita e i suoi cieli lontani.
Gabriella Valera Gruber
(Docente di Storia della Storiografia in età moderna e contemporanea Università di Trieste)



Joan Mirò -"Il Villaggio di Prades"